Il bar del porto era affollato a quell’ora. Lo sbuffo acuto della caffettiera faceva da sfondo a un vociare mischiato tra lingue che andavano di qua e di là del Mediterraneo e oltre. Sembrava una Babele in fermento mattutino, ma tutti si capivano, tutti rispettavano quello spazio.

Quando anche Zaira si era seduta al tavolino di marmo vecchio accanto a una vetrata che si affacciava a un vicolo in direzione al porto, Domenico aveva sentito che sebbene il caos quello spazio poteva definirsi anche suo, e la confusione attorno soltanto un brulichio di ottimismo indaffarato. «Perché siamo qui?» aveva chiesto Domenico girando il cappuccino prima di mordere una sfogliatella.

«Ogni città ne contiene molte… Al di là delle mura che le circonda, ce ne sono dentro altre, a volte evidenti, a volte meno. Noi siamo in un punto di incontro, dove alcune di queste si mescolano e si fondono e creano un’essenza nuova» con un gesto della mano portava l’attenzione di Domenico alla sala piena di ogni colore e provenienza «Da quando l’essere umano ha lasciato il fuori per fondare città, queste sono accresciute nel tempo attirando genti, e quella che fino a poco tempo fa si poteva ancora definire una popolazione rurale, in poco più di un secolo si è trasformata in una società urbana.

E la città è divenuta luogo di sperimentazione in cui ogni persona impara a convivere e condividere gli spazi. È luogo di apprendimento ma anche di disciplinamento sociale, in cui ognuno trova un nuovo spazio che gli viene concesso tramite l’accettazione di norme preesistenti».

«Vuoi dire che c’è un’imposizione e una selezione per i nuovi che arrivano?».
«Questo è quello che alcuni vorrebbero credere, e probabilmente dai piani alti, dalle altezze degli organismi che regolano uno Stato, qualcuno ci crede veramente. Soprattutto alcuni tra i suoi elettori. Ma la realtà è ben diversa. Vieni» e alzandosi gli aveva porto la mano.
Domenico si era pulito dall’ultimo morso della colazione e l’aveva seguita in mezzo alla gente.

Una volta fuori avevano preso a percorrere il vicolo in direzione contraria a quella del porto, e più si allontanavano dalle banchine rumorose più si avvicinavano di nuovo alle mura della città nel punto in cui svettava quello che un tempo era stato un imponente castello di vedetta. Sopra ondeggiava maestosa nell’aria la bandiera dello stato.

«La Nazione, come forma politica dominante, non è un legame di fatto conseguente. È una volontà nata da un’idea. Risponde alla necessità di mantenere un ordine su un territorio esteso e articolato i cui cittadini condividono una storia, una lingua, delle leggi e una cultura. Ma è un patto. Non c’è da dimenticare che la parola “cittadino” proviene da città» e pronunciando quest’ultima parola aveva fatto un passo avanti voltandosi e bloccandogli il cammino. Allora con una mano lo invitava a immettersi in un vicoletto stretto, pieno di gente di ogni specie, indaffarata nelle faccende più disparate e nel mezzo di oggetti da ogni dove.

«Lo Stato risponde alla necessità di mantenere l’ordine e una certa idea di identità, mentre invece la città obbedisce a una pluralità di principi che stanno alla base della coesione sociale, cioè le necessità reali. Il cittadino è figlio della città, e lo Stato è generato dal patto tra i suoi cittadini. Il buon funzionamento di una città è la base su cui si fonda la prosperità di questo stato. Essendo più vicina alla popolazione e ai problemi di tutti i giorni è meno immaginata, meno idealizzata rispetto agli Stati. È più basata sulle reali esigenze e sulle interazioni quotidiane dei suoi cittadini, siano essi autoctoni che acquisiti».

Attraversavano la folla di gente indaffarata e mille profumi e rumori stimolavano i sensi di Domenico che a tratti non sapevo più dove guardare. Era affascinato da quel mosaico variopinto di genti e cose così strane e differenti tra loro che generavano un’armonia nuova che non stonava.
«Le città per loro natura sono più inclusive» e fermandosi a fianco di una vetrina vecchia piena di cianfrusaglie gli alzava la tendina a cordicelle perché accedesse. «Non mi hai raccontato che le città innalzavano mura per tenere fuori chi rappresentava l’alterità?» Domenico confuso si era fermato prima di entrare.

«La città è l’espressione della paura e dell’accoglienza. Dell’emarginazione e dell’inclusione. La città può essere tutto perché la città riconosce come membri a tutti quelli che la abitano. Non ha un solo volto, ma ha un’anima, che è il frutto delle interazioni di chi la vive» e detto questo aveva preceduto Domenico infilandosi nella semioscurità di quel negozio.
Continua…