Il viaggio comincia davvero quando si ricomincia ad imparare, quindi partiamo insieme.
Immaginiamo per un momento che tutto ciò che sappiamo sulla nostra civiltà sparisca, e che improvvisamente ci ritroviamo a essere degli estranei che in viaggio vedono per la prima volta una città, e non sanno cos’è e a che cosa serva. In realtà è quello che è successo a Domenico.
Non sappiamo molto di lui, ma sappiamo che a un certo punto è tornato sulla terra, ha ricominciato a imparare e adesso, con lui, anche il nostro viaggio comincia.

L’Arrivo
La settimana scorsa un’astronave ha solcato i cieli della zona, tutti l’hanno vista, poi si è posata su una radura pianeggiata, si è aperto un portello ed è uscito Domenico con una valigia in mano. Si è girato, ha salutato cordialmente, poi l’astronave ha richiuso il portello e se n’è ripartita.
Domenico è stato via diversi anni dalla terra, ma lassù nello spazio ha avuto un incidente e ora non si ricorda più niente di quando viveva qui. A malapena ha saputo dare indicazioni per tornare, ma alla fine ce l’ha fatta.

Se qualcuno di voi lo conoscesse vi diamo una descrizione e magari lo potete aiutare a ritrovare casa.
Quando è sceso dall’astronave portava una maglietta bianca con una stampa della Venere di Botticelli, di quelle che si vendono nei musei, una giacca grigia, dei jeans scuri, scarpe da tennis bianche e una valigia in pelle di quelle classiche. Porta gli occhiali.
La solitudine della steppa

Appena sceso ha attraversato la radura, gli alberi e si è ritrovato su una grande steppa.
Non c’era nessuno, così ha camminato per parecchi chilometri da solo fino a che ha visto all’orizzonte tanti lumicini colorati che brillavano nel crepuscolo. Per un attimo ha avuto paura, perché tutto il resto era grande, selvaggio, silenzioso e buio. Poi però di fronte a lui, proprio in mezzo allo stradone di terra, accanto a un ceppo di pietra c’era una donna con la mano alzato che lo salutava.
Domenico si è avvicinato, le ha stretto la mano e si sono presentati.
L’incontro

Lei portava un vestito lungo che le copriva un fianco fino alla caviglia, mentre l’altro, che sembrava una giacca, finiva con un pantalone elegante di un certo stile.
«Sono Zaira e sono una città».
«Che cos’è una città?».
Allora lei si è stretta nelle spalle e gli ha detto di seguirlo.
Si sono diretti verso quei lumicini che piano piano definivano forme geometriche e regolari di strutture artificiali.
«A volte insegno e a volte imparo. Ti posso raccontare, ma sei tu che devi vedere. Io ti racconto una storia, ma sei tu che dici chi sono».
La Città

Quindi si sono trovati ai margini della città, di fronte a una grande muraglia che la divideva dalla steppa da cui erano appena arrivati.
Domenico si è guardato indietro, poi si è guardato attorno e le ha chiesto
«Quella? È così diversa da tutto il resto qua attorno».
Sì. Secondo la concezione dell’uomo antico, per i sumeri, all’inizio era il caos.
La città era la forma che assume l’ordine sul caos, uno spazio che gli viene sottratto. E la città era considerata un’entità, consacrata al dio protettore che risiedeva nell’edificio più importante, lo Ziggurat.
Questi si dedicava alla costruzione di canali idrici che mettevano in comunicazione ogni città della Mesopotamia dove risiedevano gli altri dèi».

Comunità in viaggio
Mentre Zaira parlava Domenico guardava le mura, i canali circostanti e le coltivazioni.
«Come mai attorno alla sua dimora sorsero tutti questi edifici e infrastrutture?».
«A un certo punto gli dèi crearono gli uomini per sostituirli nel lavoro di costruzione e mantenimento dei canali. Ma anche gli uomini avevano bisogno di case per dormire, e avevano bisogno di campi per mangiare e di mura per proteggerli».
«Proteggerli da cosa?».
«L’esterno della città era considerato un luogo inospitale, negativo, caotico, disorganizzato.
Era un’altra dimensione dove la civiltà non era ancora arrivata. Era la contrapposizione del popolo sedentario al popolo nomade. E questo spazio al di fuori era battuto da demoni che la minacciavano. Nessun individuo poteva sopravvivere da solo là fuori».

«Quindi era il Dio che aveva creato la città, costruito i suoi edifici e la proteggeva dalle minacce esterne perché gli uomini ci vivessero?».
«Per l’uomo sumerico il valore più alto era quello della vita comunitaria, quello dello sforzo congiunto necessario alla sopravvivenza.
Il Dio era la figura agglutinante che raccoglieva attorno a sé una comunità. Era la vera manodopera che trasformava la materia informe, o le materie prime provenienti dal di fuori, in artefatti, edifici, strutture.
La città era il prodotto costante dell’opera congiunta degli uomini e delle donne che ci risiedevano.
La funzione civilizzatrice
«Ma hai detto che il di fuori era caos e pericolo, com’era possibile che si fornissero da là per le loro creazioni?».
«Una volta che una comunità si stabiliva costituendosi città, questa assumeva un ruolo civilizzatore.
Le città divennero centripete, raccogliendo direttamente o indirettamente le risorse necessarie per il suo sostentamento. Queste arrivavano alla città, venivano elaborate dagli artigiani che ci vivevano, e venivano rimandate altrove sotto forma di oggetti, utensili, prodotti alimentari elaborati».

«Allora poi gli abitanti diffondevano la civiltà con il frutto del loro lavoro?».
«Di fatto sì, ma l’uomo di allora, e troppo spesso anche quello di oggi, pensava che la civiltà si diffondesse attraverso la guerra».
«La guerra? Che cos’è la guerra?».
Zaira che precedeva Domenico lungo la strada che entrava in città si era voltata con un’espressione che mostrava tristezza e compassione.
«Una cosa non così bella. Ma adesso vieni. Vediamo Zaira».
E tutti e due si sono incamminati.

Il viaggio attraverso il tempo e lo spazio con Zaira, una moderna Virgilio che accompagna Domenico nel suo percorso in cui ricomincia ad imparare, a riconoscere se stesso e i luoghi che abita, riparte presto.
Continua…
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