Gli episodi finali di Ozark chiudono la storia della famiglia Byrde e danno a noi la possibilità di riflettere sullo stato di salute di Netflix. La serie tv – prodotta, diretta e interpretata da Jason Bateman – sembra essere l’unica risposta possibile a chi accusa il servizio di streaming di privilegiare il pubblico teen, perdendo per questo abbonati.
Netflix, dieci anni fa, si impose come alternativa perché distribuì in poco tempo una serie di prodotti clamorosi: House of Cards, Orange is the New Black, Narcos. Storie adulte, crude, per niente confortanti. Col tempo, l’espansione della compagnia, la necessità di alternare i contenuti e di intercettare altre fasce di pubblico hanno fatto sì che la piattaforma venisse invasa da serie e film di diversa qualità. La realtà è che quella c’è ancora, ma bisogna cercarla.
Negli Stati Uniti, a gennaio, nella settimana in cui è stata rilasciata la prima parte degli episodi finali, Ozark ha raggiunto il record di 4 miliardi di minuti visti dagli utenti in soli sette giorni. Al contrario, in Italia, chissà poi perché, la serie sembra non aver avuto lo stesso successo, passando sempre piuttosto in sordina.
La storia
Marty Bryde (Jason Bateman) è un uomo che ha tutta l’aria di essere normale, persino noioso. Ha una moglie, due figli, una vita agiata, un lavoro stabile. In realtà, è un consulente finanziario che ricicla soldi per un cartello della droga messicano. Le cose precipitano in fretta e Marty, ancor più coinvolto col cartello, è costretto a lasciare Chicago e a trasferirsi, con tutta la famiglia, nella contea di Ozark, in Missouri. L’idea è quella di incrementare l’attività di riciclo in una zona libera dal controllo dell’FBI. I Byrde devono però fare i conti pure con la criminalità locale, spietata quanto il cartello.
La famiglia
Ozark è una saga familiare, una discesa all’inferno che non risparmia nessuno. Marty e Wendy (Laura Linney) giustificano ogni loro azione, si autoassolvono, perché – si dicono – è in gioco la sopravvivenza della famiglia e dei due figli, Charlotte e Jonah. Persino quando i ragazzi sono costretti a imbracciare le armi, messi in pericolo dalla decisione sbagliate degli adulti. Poi la serie di scuse, che i protagonisti continuano a ripetersi, si fa via via sempre più ipocrita: diventa chiaro che a tutti loro la nuova vita piace davvero, perché piace il potere, il prestigio, l’influenza su un’intera comunità che rimane impigliata nella rete di giochi di potere.
Ogni personaggio fa sempre le scelte sbagliate, pagandone le conseguenze. Scelte terribili, atroci, che però restituiscono umanità a una storia che altrimenti ne avrebbe pochissima.
Le donne
Negli anni Netflix ci ha regalato diversi ritratti di donne. Orange is the New Black, ancora, ma anche Grace & Frankie, The Crown. Le protagoniste di Ozark rubano la scena a tutti e si appropriano della storia, imponendosi, schierandosi. Su tutte, Wendy e Ruth. Basta poco per capire che Wendy non è solo una moglie, ma ha ambizioni più grandi di suo marito, ha determinazione e non intende farsi fermare da nessuno. Ruth – il ruolo che ha lanciato Julia Garner e le ha fatto vincere due Emmy – è una diciannovenne che cerca la via di fuga da una vita misera, costellata di lutti e miserie. Nel momento in cui le strade delle due si incrociano la serie trova la sua quadra e il resto scompare.
Un altro Breaking bad?
Il paragone tra le due serie lo hanno fatto in tanti. Ozark però ha il merito di fermarsi in tempo, nel momento in cui la tensione è ancora alta. Altre stagioni avrebbero inevitabilmente portato la storia ad avvolgersi su se stessa. Dall’inizio alla fine, Ozark riesce a non avere mai momenti di stanchezza, a coinvolgere, a essere credibile. Ci si aspetta sempre che da un momento all’altro possa crollare tutto, pure quando è già successo l’inaspettato, perché la serie non molla mai, fino alla fine, fino ai titoli di coda.


