Khalil sedeva sommerso dietro al bancone coperto da colonne fino al soffitto di congegni invecchiati e non funzionanti. Era rannicchiato su sé stesso con lenti spesse sugli occhi e una luce sulla fronte.
Era intanto a armeggiare con un cacciavite tra la carcassa e le valvole di una radio polverosa. Aveva alzato lo sguardo per vedere il cliente, ma era tornato al suo da fare senza scomporsi oltremodo.
Era di carnagione scura e capelli ispidi, una tuta azzurra da lavoro e mani lunghe e fine. Portava una barba incolta di peli spessi e, molti, bianchi. Domenico avrebbe detto che aveva sui cinquant’anni.
«Comprare o riparare?» gli aveva chiesto senza staccare gli occhi dal suo arnese.

Domenico aveva guardato Zaira stringendosi le spalle.
«Vogliamo una storia e un’informazione» aveva risposto quindi la sua guida.
L’uomo allora alzata di nuovo la testa e poggiata la radio sul tavolo aveva stretto le labbra e si era tolto gli occhiali. Quindi aveva portato le braccia conserte fino al petto e si era appoggiato allo schienale.
«Chi cerca una storia cerca mille storie» aveva sentenziato.
«Cerca la sua» aveva detto Zaira.
Domenico l’aveva guardata senza capire «…cerco la mia» aveva fatto infine eco.
L’uomo allora aveva sorriso, un sorriso triste, e nella penombra di quel pertugio dove stava incastonato aveva cominciato a raccontare.

Un viaggio come tanti
«Partii quando ero bambino. Mio padre… erano mesi che non sapevamo niente di lui, gli uomini con le camionette se l’erano portato via assieme agli altri.
Non aveva fatto più ritorno. Non era passato un inverno quando quelli con le camionette tornarono e si portarono via le donne, mia madre e mia sorella grande. Nostro zio, che non sapevamo nemmeno di avere, si era preso cura di noi. Prestava tante attenzioni a mio fratello più grande e la sorella piccolina.
L’estate dopo, quando non arrivava l’acqua al pozzo, tanti morirono di diarrea, ma un altro mio fratello morì per le contusioni di qualcuno… Allora mio fratello, quello grande, prese me, l’altro fratello e mia sorella e ci mise su di un autobus.

Attraversammo tanti posti che nemmeno mi ricordo. Ma il caldo sì, il puzzo di sudore e orina e altre cose da non ricordare. E ore ore sotto il sole camminando con quegli altri. Qualcuno cadeva per la fame, la sete o qualcosa che non sapevamo.
Allora quando era notte arrivammo in un paese con gli edifici alti. Un uomo ci prese, io gli diedi il fagotto che mio fratello ci aveva lasciato e lui prese anche mia sorella. Solo dopo, quando era tornata, piangendo, ci aveva detto che potevamo salire su di un camion
E il viaggio era proseguito per giorni e lunghe ore, al caldo, al chiuso, e senza vedere il sole» allora si era grattato il mento, lo sguardo fisso al lampadario con tutte lampadine spente eccetto una.

«Avevo moglie e figli, lavoravo in una scuola. Quando le strade divennero un inferno e le case scoppiavano, arrivarono quelli armati e ci sbatterono tutti fuori. Ci portarono in un campo. Restammo là per mesi, e nessuno ci diceva niente. Ogni tanto qualcuno ci portava da mangiare e da bere e cominciavamo a vivere come si poteva. Poi i miei figli si ammalarono e decisi di spostarmi su, alla costa» si grattava la testa mentre parlava ma non guardava il suo interlocutore.

«Quando vivevamo in una tenda entrava l’acqua da ogni parte, la notte era fredda. Ogni tanto qualcuno piangeva disperato, un caro se n’era andato» tirava su col naso e aveva gli occhi lucidi.

«Il mare era grosso, stavamo tutti rannicchiati in coperta. Ci avevano detto che tra breve saremmo arrivati, che qualcuno sarebbe venuto a prenderci. Però il mare era più forte, e quello che guidava se n’era andato, ma prima mi aveva chiesto se ero bravo con il volante, gli avevo detto di sì e mi aveva messo al timone. Non l’ho più visto. Quando la barca s’è spezzata il mare ci ha divisi.
Ho perso i figli da qualche parte, mia moglie non l’ho più trovata» il volto era impassibile, solo gli occhi vedevano ancora quella tragedia.

«Un’altra barca ci è venuta a prendere, era meglio della prima, ci avevano dato da mangiare, delle coperte e ci avevano assicurato.
Poi arrivarono altre di barche che gridavano, e pure gli elicotteri, allora siamo rimasti in mare per tanti giorni, a volte fermi, e qualcuno aveva la febbre. Poi un giorno siamo arrivati a un porto, c’era tanta gente ad aspettarci, ma non tutti avevano la faccia contenta» aveva incrociato di nuovo le mani.

«Stavamo in un camerone con tanti altri, non facevamo niente, non ci facevano fare niente.
Poi ci chiesero che sapevamo fare. Alcuni avevamo studiato, e finivamo in una fabbrica, altri no e li portavano ai campi. La sera ci ritrovavamo stanchi morti. Ogni tanto qualcuno scappava.

Quando ci diedero una sistemazione di fuori c’era giorni che si faceva la fame, allora alcuni venivano e ti proponevano dei soldi, dei bei soldi, ma dovevi andare in giro a vendere a quelli del posto certa roba.
Ma quando li incontravi per strada, quelli del posto, e stavi per conto tue e non facevi niente, quando tutti li vedevano sotto il sole del giorno, ti insultavano, di notte invece venivano a cercare quello che vendevamo.
Alcuni erano finiti in galera. Io lavoravo al mercato. Certa roba non la vendevo, ma per quelli del posto era come se lo facessi. Ma scaricare casse durante dodici ore mi permetteva di non pensare» i sospiri erano lunghi.

«Al bar, dove c’era tanta gente, c’erano quelli che erano arrivati prima e quelli di qua. C’erano tutti, quelli che compravano, quelli che non facevano niente e quelli che ti volevano dare una mano.
Era difficile capire se lo facevano per qualcosa, e la maggior parte delle volte era così. Nessuno ti faceva niente per niente.
Però qualcuno sì ti aiutava per davvero, ma ti chiedeva un sacco di cose, di dati, ti riempiva di fogli e documenti. Non tutti li capivano e non tutti ci volevano stare, perché era complicato parlare con loro.
Ti dicevano una cosa, poi ti dicevano che non potevano, che c’era da aspettare, dicevano un ministero, un non so chi, che la legge non lo permetteva, che la regola non era questa…Però se li ascoltavi ti davano anche un posto dove stare, ti facevano lezione, imparavi a parlare e ti insegnavano un mestiere» era tornato a sorridere.

«Io sapevo aggiustare cose, e le aggiustavo per tutto il quartiere. Mi avevano messo a lavorare assieme a un altro, il negozio era suo da quando c’era anche suo padre, e lui era vecchio. Era uno di qua, ma non della città. Quando è morto mi ha lasciato tutto quanto. E io lavoro e vivo qua» con una mano aveva fatto segno di mostrare ogni angolo del locale.
«Io sono Khalil!» alzatosi aveva porto la sua mano a quella di Domenico.

Domenico l’aveva stretta e in quel momento aveva avuto la sensazione di stringere la mano della storia, di una storia che era mille storie. Che era lì perché quella storia non era terminata.
E Zaira lì di fianco gli aveva detto lievemente «Anche questa è la città».
E lui a loro «E l’informazione?».