Che disastro, Moon Knight. La sesta serie dei Marvel Studios è un prodotto convenzionale, così poco ispirato, così approssimativo da risultare persino irritante. E pensare che le premesse c’erano tutte, con Oscar Isaac e Ethan Hawke a fare da garanti.
L’universo televisivo della saga Marvel non ha mai avuto vita facile. Due anni fa, quando venne annunciato che le nuove serie sarebbero state parte del MCU, le prime produzioni dovettero fare immediatamente i conti coi limiti imposti dalla pandemia. Quindi sceneggiature da riscrivere, riprese da riprogrammare, scenografie da ristudiare. Moon Knight no, non può giocarsi nemmeno quest’alibi.
Chi è Moon Knight
Marc Spector lo creano Doug Moench e Don Perlin nel 1975, poi la Marvel lo fa esordire in un numero dedicato a un altro personaggio, Werewolf by Night. È un pugile, un marine e soprattutto un mercenario, non certo un eroe convenzionale. In Egitto incontra Khonshu, la divinità che gli conferisce enormi poteri e lo introduce nel mondo delle tradizioni egiziane. Assume così l’identità di Moon Knight, crea un costume, sceglie le sue armi. Per poter lavorare meglio, Marc inventa pure due personalità fittizie, dietro cui nascondersi: Steven Grant, un milionario, e il tassista Jake Lockley.
Nel 2006, dopo anni di pubblicazioni discontinue e successi altalenanti, il personaggio viene affidato a Charlie Huston e David Finch. Moon Knight si fa più cupo, i temi centrali diventano psicologici, toccano la salute mentale del protagonista, la depressione, il disturbo dissociativo dell’identità. Steven Grant e Jake Lockley non sono più personalità fittizie, ma prodotti del subconscio malato di Marc.
Nella serie
La serie televisiva attinge a piene mani da tutta la storia del personaggio, ma guarda soprattutto alle pubblicazioni più recenti. Steven Grant è qui un impiegato nel negozio di souvenir di un museo egizio, a Londra. Marc Spector è, invece, il mercenario americano che lavora per conto del dio Khonshu. Ai due è affidato il compito di sventare il piano di Arthur Harrow, il leader di una setta religiosa legata al culto della dea Ammit.
Jeremy Slater – che della serie ne è stato ideatore – non ha ancora confermato i piani della Marvel, ma è più che probabile il rinnovo per un’altra stagione. D’altra parte, con l’introduzione di Dane Whitman e Blade in Eternals e quella di Licantropus nello speciale che Disney+ ha annunciato per Halloween, è evidente l’intenzione della Casa delle Idee di sviluppare un nuovo filone più “tetro” delle sue storie.
Un’occasione sprecata
Quando Netflix distribuì Daredevil nel 2015 e The Punisher, nel 2017, dimostrò che si potevano raccontare storie più adulte, più oscure, persino più violente. Moon Knight poteva essere l’occasione per intraprendere una strada simile, pur senza eccessi. La serie non fa niente del genere, sceglie sempre e comunque la strada della commedia e dell’umorismo facile, smorza i toni. La scrittura si serve di Steven Grant per alleggerire una tensione che in realtà non decolla mai e gli affida risatine, urletti, faccette.
È la mortificazione del talento enorme di Oscar Isaac, chiamato a dare volto e tutto il resto alle due identità protagoniste. Lo fa nel modo migliore possibile, ma è un’occasione sprecata perché niente è in grado di valorizzarlo.
Tutto quello che Moon Knight propone è già visto, non inventa e soprattutto non approfondisce, lasciando lo spettatore con più dubbi che soluzioni. Gran parte della serie è ambientata in Egitto, è legata al culto delle divinità egiziane, ma non sappiamo mai quali sono i rapporti tra personaggi, luoghi e ambiente circostante. Khonshu muove le stelle – letteralmente – ma non vediamo nemmeno come questo influenza il resto.
È una lezione che i film Marvel hanno imparato da tempo: le azioni degli eroi hanno delle conseguenze. A Moon Knight non interessa, non se ne cura. Le cose accadono, perché deve essere così, ma poi si ha spesso l’impressione che personaggi e situazioni siano stati spiegati in altri momenti, persino in altre serie, e che siano finiti lì per motivi da cercare altrove.
Il disturbo dissociativo dell’identità, che pure poteva essere l’elemento chiave di tutta la narrazione, finisce per essere un banale pretesto per evitare di realizzare sequenze complesse di lotte e scontri. L’identità interessata, guarda caso, si risveglia sempre alla fine di quella che noi supponiamo essere stata una battaglia. Non la vediamo, possiamo solo immaginarla. Una soluzione che, alla lunga, stanca.
Poi, a un passo dal finale, Moon Knight ci regala un episodio memorabile. Mette in pausa il resto e si prende il tempo per spiegarci chi è davvero Marc Spector, quando e perché nasce Steven Grant, i suoi traumi, la sua infanzia. Mette in mostra quel potenziale sprecato fino a quel momento, quando ormai è troppo tardi.
Moon Knight poteva essere tante cose diverse, ma sceglie di non essere niente. Non è un racconto cupo, non apre l’universo seriale Marvel a personaggi più adulti, non è una commedia particolarmente brillante e nemmeno un thriller sofisticato. Di sicuro, è una delusione.



