Che si tratti di realtà o finzione, la cronaca funziona sempre. Lo sa bene Netflix, che periodicamente aggiunge al proprio catalogo nuovi film, serie, documentari dedicati al genere e che con Dahmer – Mostro: La storia di Jeffrey Dahmer pare aver fatto di nuovo centro.
La nuova serie televisiva, ideata da Ryan Murphy e Ian Brennan, ha registrato il miglior esordio sulla piattaforma, con 196,2 milioni di visualizzazioni in una sola settimana, battendo i record stabiliti in precedenza da Bridgerton e Squid Game.

Il Cannibale di Milwaukee
Jeffrey Dahmer – assieme a Ed Gein, Ted Bundy, John Wayne Gacy – è stato uno dei più feroci serial killer della storia americana, se non del mondo. Nel 1992 venne riconosciuto colpevole di 17 omicidi, compiuti tra il 1978 e il 1991, e condannato a 15 ergastoli, per un totale di 957 anni di carcere.
La stampa dell’epoca lo definì “il Cannibale di Milwaukee”. A colpire l’opinione pubblica non fu il numero dei delitti, non solo, ma l’efferatezza, la brutalità del killer, i cui dettagli riempirono in fretta le pagine dei giornali. Dahmer fu esponsabile anche di atti osceni, stupro, adescamento di minori, pedofilia, necrofilia, distruzione dei cadaveri e cannibalismo.
Due anni dopo la condanna, Jeffrey Dahmer venne ucciso dal detenuto Christopher Scarver, schizofrenico, che lo colpì con l’asta di un manubrio trovato nella palestra del carcere.

Una storia troppo complessa
In 10 episodi, Mostro: La storia di Jeffrey Dahmer prova a tratteggiare un profilo dell’assassino il più esaustivo possibile. Lo fa partendo dalla cattura dell’uomo, ma tornando poi immediatamente all’infanzia, ai primi traumi e al difficile rapporto con la madre, gravemente depressa. Ne segue tutte le evoluzioni, fino alla condanna e alla morte, alla disperata ricerca di un senso.
Procede però con grande fatica, soprattutto nei primi episodi, caricando la narrazione con continui salti temporali che spesso finiscono per confondere. Il risultato è quello di dover riproporre più volte la stessa sequenza, in momenti diversi, per riprendere i fili di un discorso che si era perso di vista.
Una storia così ricca, così complessa avrebbe meritato un racconto più ordinato.
Dal sesto episodio in poi, nella seconda metà di stagione, la serie prova a correggere i suoi difetti, semplificandosi e cambiando l’oggetto del suo racconto. Non più solo Jeffrey Dahmer, ma anche le sue vittime, per ricordarle e onorarle. L’episodio, dal titolo “Silenced”, è interamente dedicato a Tony Hughes, sordo, che Dahmer uccise il 24 maggio 1991.

Glenda, testimone inascoltata
Il giornalista televisivo Stone Phililips ebbe l’occasione di intervistare Jeffrey Dahmer poco prima che venisse ucciso. In quell’occasione, lo stesso Dahmer si assunse la piena responsabilità dei suoi delitti, attribuendo la colpa alle sue pulsioni sessuali e alla mancanza di fede. Per l’uomo, niente c’entravano i traumi infantili, i suoi genitori e la difficile situazione familiare.
La serie si interroga parecchio sulla natura di Dahmer, evitando però – con intelligenza – di dare risposte. Quel che invece riesce a fare bene è descrivere – e condannare – il pressappochismo, l’incompetenza e il razzismo della polizia americana.
Glenda Cleveland fu, suo malgrado, vicina di casa di Jeffrey Dahmer. La donna si accorse presto che qualcosa, in Dahmer, non andava, e lo segnalò alla polizia. Non venne mai ascoltata.
Il 27 maggio 1991, Konerak Sinthasomphone, quattordicenne, riuscì a scappare dall’appartamento dell’assassino, nonostante fosse stato drogato. A Jeffrey Dahmer bastò dire a due agenti della polizia che si trattava del suo fidanzato diciannovenne, ubriaco, e i due glielo riconsegnarono. Glenda fu l’unica a rendersi conto che Konerak era, in realtà, minorenne e che quello stato di alterazione non poteva essere ricondotto a una semplice ubriacatura.
Non servì a niente, Konerak venne ucciso quella sera stessa. I due poliziotti, anni dopo, quando pure emersero le loro responsabilità, non subirono alcuna conseguenza.